Abbiamo partecipato venerdì scorso a Ceva (CN) al convegno organizzato da Co.Di. Ce. (Comitato di Difesa del Cebano) sul tema del destino dell’ospedale nell’ambito delle riforma della Sanità regionale. Assenti i rappresentanti dell’ASL CN1, per quanto invitati.
L’ospedale di Ceva ha subìto rimaneggiamenti e vane promesse che lo hanno portato in pochi anni ad essere un piccolo ospedale che eroga servizi limitati. Un “ospedale di area disagiata” come viene definito dalla Giunta.
Il PD di fatto ha invitato la popolazione e gli amministratori delle valli cebane a desistere dal mobilitarsi e ad accettare di buon grado il taglio dei servizi.
Ci ha colpito che nulla di preciso sia stato detto sul destino dell’ospedale. Non abbiamo ben chiari quali siano gli impegni che la Giunta regionale intende prendere nei confronti di Ceva. La chirurgia rimarrà day hospital o diventerà week surgery? L’oculistica quando sparirà? Quale sarà il futuro della dialisi? Quali saranno poi i servizi che saranno implementati nel nuovo distretto con la revisione della rete territoriale?
Noi avremmo affrontato il tema da un altro punto di vista: cosa serve in quella zona? Preso per buono che le grandi specialità debbano restare nei grandi ospedali di cosa ha bisogno quel territorio? Quanti km deve fare un residente per effettuare un esame di laboratorio o una tac? Ceva è una risorsa: ha un edificio a norma di recente costruzione, ha la riabilitazione. Mancano risorse? Si tolgano convenzioni ai privati. Invece è emerso come i privati siano privilegiati dall’ASL nell’indirizzare risorse (solo per CN1 12 milioni di euro annui). Qualcuno crederà che, ad esempio, Stella Mattutina si regga sulle offerte libere? I risparmi si dovrebbero convogliare su Ceva costruendo un grande polo riabilitativo che offrirebbe supporto e completamento al grande polo ortopedico monregalese.
Altro tema da approfondire è quello di un ospedale diffuso, transregionale, integrato con, ad esempio, quello ligure di Cairo Montenotte per una capillare offerta di servizi integrata su un territorio disagiato su entrambi i versanti del confine Piemonte – Liguria.
La legge Balduzzi parla di assistenza per l’emergenza come se non esistessero confini regionali, perché non fare lo stesso ragionamento per gli ospedali? Il rischio che si corre ora è quello di avere due ospedali di area disagiata, Ceva e Cairo (che al momento non lo è), uno vicino all’altro con alcuni servizi duplicati ed altri assenti. Senza stravolgere nulla si potrebbe avviare un tavolo di lavoro per valutare una sperimentazione di assistenza “transfrontaliera” (tra regioni) per le aree disagiate (producendo magari un progetto di ospedale plurisede con i servizi che servono al territorio).
Il risultato potrebbe essere un servizio migliore per i cittadini se tutta l’area cebana e della val Bormida fosse considerata un territorio unico. A tal fine un tavolo di esperti Agenas, aziendali (Asl Cn1 e Savona) insieme ai sindaci ed i comitati locali (Co.Di.Ce e val Bormida), potrebbe individuare soluzioni sperimentali. In Consiglio regionale presenteremo una mozione in tal senso.
Mauro Campo, Consigliere regionale M5S Piemonte

