sabato, Aprile 18, 2026

Delibera di esclusione del “Piano casa” della Regione Piemonte

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Di Davide Bono
Come Consigliere Regionale ho lavorato grandemente all’attività emendativa del disegno di legge 67 della Giunta Cota che andava a modificare in senso nettamente peggiorativo il Piano Casa varato dalla Giunta Bresso con la legge 20/2009. Vista l’impossibilità, nonostante i 400 emendamenti e le 4 settimane di discussione in Aula, di far scendere l’Assessore Cavallera a più miti consigli (sulla necessità di una contestuale messa in efficienza dell’intero edificio oggetto di ampliamento; sul far decidere tramite apposita delibera comunale l’ampliamento contestuale all’abbattimento e ricostruzione dell’edilizia residenziale; sul limitare l’ampliamento di fabbricati a destinazione produttiva, artigianale, turistico-ricettiva, direzionale – le ultime due prima non erano nel piano -) e la trasformazione in l.r. 1/2011, ho deciso di mettere a disposizione di tutti i Comuni che volessero escludere l’applicazione di tali norme in deroga ai loro Piani Regolatori e alle potestà in capo alle Amministrazioni Comunali, una delibera tipo da approvare entro sessanta giorni dalla sua entrata in vigore (17 maggio). Tale delibera è stata scritto da un tecnico esperto in materia, referente anche di Stop al Consumo di Territorio. Io ed il suddetto tecnico restiamo disponibili a qualunque richiesta di contatto.


Andando nei dettagli dell’analisi del testo, si nota innanzitutto la proroga dei termini al 31 dicembre 2012, dando quindi un anno in più di validità a tale legge, con in più la possibilità futura di una prorogatio sine die.
La propaganda della Giunta afferma che tale legge dovrebbe dare una boccata d’ossigeno alle imprese edili e rilanciare l’economia piemontese. A parte il dubbio sul numero di interventi una tantum che potrà comportare tale modifica al Piano Casa, la critica centrale sta nel modello di economia che la politica in modo bipartisan intende esprimere: pensare ancora nel 2011 che il settore edile e quello delle grandi infrastrutture possa mantenere (figuriamoci far crescere) l’economia e produrre benessere è assurdo. Il danno indotto da un ulteriore cementificazione o ampliamento del tessuto urbano “in deroga”, una pressoché impossibilità all’individuazione delle aree a servizo in loco e l’impatto delle grandi infrastrutture va a compromettere qualunque anche potenziale risvolto positivo. I posti di lavoro prodotti sono sempre di meno, sempre più precari e poco duraturi, visto l’aumento di efficacia ed efficienza della tecnologia. I territori hanno bisogno di servizi e di piccoli interventi per migliorare la vita di tutti i giorni, non i grandi trasporti ad alta velocità, non nuovi capannoni, ma ad esempio “recuperi e riusi dell’esistente patrimonio immobiliare abbandonato” e di “case per tutti”, secondo criteri di “efficienza energetica”.
Quindi rinunciare nell’articolo 3 alla contestuale messa in efficienza di tutto l’edificio oggetto di ampliamento del 20% è un errore ed un’ammissione di incapacità e miopia politica. Non si tratterebbe infatti di un vincolo, di una penale da far pagare al proprietario di villetta uni o bifamiliare, ma di un investimento e di un aiuto a cittadini ancora ignari delle possibilità di costruire case passive se non addirittura attive (cioè che producono tanta o più energia di quella che consumano), o comunque in grado di ridurre di molto la propria dipendenza dalle fonti fossili provenienti da paesi spesso non così politicamente stabili o “democratici”, con cui fare affari non è sempre opportuno (vedasi Libia di Gheddafi o Russia di Putin). Certo, forse il vincolo posto dalla precedente Giunta era fin eccessivo, ma dal troppo al nulla, c’è il mare.
Ancora, l’autorizzazione agli interventi di demolizione e ricostruzione “in deroga” con ampliamenti variabili dal 25% al 35% di cui all’art. 4, viene tolta dalla competenza del comune (eliminando il passaggio della specifica valutazione tecnico-amministrativa tramite delibera consiliare) e l’iniziativa passa quindi in capo alla proprietà privata, con il rischio di gravissime perdite non controllabili di svariati immobili aventi tipologie non vincolate, ma comunque antiche o tradizionali (ad esempio i cascinali agricoli sparsi per il territorio di tutti i comuni). Deburocratizzazione o anarchia?
All’articolo 7 oltre agli interventi di ampliamento ai fabbricati a destinazione artigianale e produttiva, vengono aggiunti quelli a destinazione direzionale e turistico-ricettivo (con ampliamento entro e fuori sagoma di capannoni fino al 50%, ed ampliamento fuori sagoma di alberghi e residence fino al 20% oltre il possibile recupero del sottotetto), con un limite di ben 2000 m2 per i primi e 1500 m2 per i secondi, che ci pare francamente eccessivo, considerando che si tratta di ampliamenti tutti in deroga.
Insomma: un “Piano Casa” che non aiuta chi ha bisogno di una casa, che amplierà villette e capannoni inutilizzati, che non creererà benessere né posti di lavoro stabili, ma un peggioramento dell’ambiente urbano (ampliamenti senza garanzia di standard urbanistici, biecamente monetizzati se non reperibili in zona), del territorio e del paesaggio in generale.
Ed intanto l’efficienza energetica del parco edilizio residenziale resta un miraggio, pur potendo essere l’unico vero volano paritario di economia e benessere che produrrebbe anche un ritorno sulle famiglie: bollette del riscaldamento più leggere e creazione di una rete intelligente per scambiarsi l’energia prodotta in loco e distribuita esattamente come le informazioni su internet.
A seguire la delibera redatta dal tecnico che i Comuni possono adottare per escludere gli effetti di detta legge sul proprio territorio comunale, qualora approvata entro il 17 di maggio.
Scarica la delibera: Delibera esclusione Piano Casa Regione Piemonte 2011.pdf
Resto a disposizione per ogni quesito:
davide.bono@piemonte5stelle.it
davide.bono@consiglioregionale.piemonte.it
011.5757882
Fax 011.5757888

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