• martedì , 14 Luglio 2020
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L’Acciaieria Beltrame in Valsusa chiude e i lavoratori?


di Davide Bono
L’acciaieria Beltrame di San Didero, in Valsusa, è sempre stata associata all’inquinamento. Emissioni di diossine, Pcb, Ipa, benzo-a-pirene e chi più ne ha più ne metta, nonché strane emissioni radioattive (essendo un’acciaieria di seconda fusione cioè che usa residui ferrosi, chissà cos’avrà bruciato). Per anni ha inzuppato il terreno di inquinanti che poi passavano nell’erba e di qui, soprattutto, nel latte e nelle uova degli animali da allevamento della zona. Questo ha portato alla chiusura di più aziende e ad analisi su incidenza di tumori altre patologie correlate con risultati preoccupanti.
Sta di fatto che però nel 2008 la Beltrame investe finalmente, dopo anni di pressioni dei Sindaci e dei comitati di valle (Comitato No Tav No Tir No Inquinamento), su tecnologie anti-inquinamento che abbattono drasticamente le emissioni al camino (almeno durante i controlli). Attenzione, come per gli inceneritori, rientrare nei limiti emissivi non vuol dire cancellare l’inquinamento che non misura il bio-accumulo né le ricadute sugli esseri umani, ma solo rientrare nei limiti di legge. 


Però è già un primo passo e se pensiamo alla situazione dell’Ilva di Taranto, un gran passo in Italia.
Eppure, è notizia dell’anno scorso che il forno di San Didero chiude, mentre restano aperti solo i laminatoi, a singhiozzo. E inizia lo spettro angoscioso della cassa integrazione per 370 lavoratori (senza considerare l’indotto).
Il Gruppo Beltrame opera nel settore siderurgico da più di un secolo producendo laminati destinati alle costruzioni edili, alla cantieristica navale e alle macchine movimentazione terra. Gli impianti, che hanno una capacità  produttiva di circa 4 milioni di tonnellate, sono costituiti da quattro acciaierie a forno elettrico e da tredici laminatoi, localizzati in nove stabilimenti ubicati in Italia, Francia, Lussemburgo, Belgio, Svizzera e Romania, impegnando circa 2.600 dipendenti.  Il gruppo Beltrame in Italia ha lo stabilimento “madre” di Vicenza, quello di San Didero (TO) e il laminatoio di  San Giovanni Valdarno (AR), mentre hanno già chiuso quello di Valdossola, sempre in Piemonte e di Marghera. Tutta l’Europa è in una grave situazione di sovraccapacità produttiva per l’acciaio, vista anche la crisi del settore edilizio, dovuta ad un’offerta maggiore della domanda, di cui non vi sono i presupposti di un miglioramento.
I lavoratori ovviamente non chiedono altro che lavorare, ma se venisse offerta loro una possibilità, farebbero ben altro mestiere. Un mestiere che non metta a rischio la propria salute né quella dei concittadini e che produca beni e non merci che non hanno più domanda. D’altronde oggi non serve più produrre acciaio in Europa, l’edilizia è – giustamente – ferma e la concorrenza asiatica è schiacciante.
Ho interrogato l’Assessore Porchietto, conscio che mentre si devono delineare le linee industriali e produttive alternative alla filiera del cemento e dell’acciaio, dobbiamo garantire a tutti i lavoratori di queste "linee" di poter sopravvivere dignitosamente. E gli ammortizzatori sociali vanno ripensati in un’ottica universalistica, temporalmente allungati nell’ottica del sussidio di disoccupazione inglese e non come riformato con l’Aspi e miniAspi del Ministro Fornero.
L’Assessore Porchietto ha risposto come vedete nel video, affermando che si premura di sentire quanto prima il responsabile delle Risorse Umane con l’obiettivo di garantire più ammortizzatori possibile e capire se ci sono spiragli di ripresa dell’azienda in Valsusa. 
Intervento di Davide Bono e risposta dell’assessore Porchietto
Intanto continua la mobilitazione dei lavoratori con un presidio permanente da almeno 15 giorni. Al freddo. Un abbraccio a loro e alle loro famiglie.

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