• martedì , 14 Luglio 2020
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Liberarsi dall’euro?


Di Davide Bono
Mercoledì 25/01 a Torino, presso la Libreria Comunardi, via Bogino 2, discuteremo con gli autori del libello “Liberiamoci dall’Euro”, Marino Badiale e Fabrizio Tringali, sulla crisi economica-finanziaria.
Ormai ne parlano tutti. L’euroscetticismo dopo essere stato relegato a fenomeno di nicchie estremiste (sinistra e destra extraparlamentari) si sta diffondendo a macchia d’olio in tutta Europa, spinto dalla crisi economica propagata dalla speculazione finanziaria. Ad un sondaggio sul blog di Grillo il 57% si è detto favorevole ad abbandonare l’euro; ad un sondaggio su Servizio Pubblico appena il 40%, percentuale che forse scenderebbe ancora se facessimo un sondaggio per strada.


Come rappresentante pro tempore del MoVimento 5 Stelle in Piemonte mi piacerebbe che si affrontasse in maniera attenta ed informata la crisi economica e si studiassero le ricette per uscirne, se ve ne sono, con una migliore equità e maggior benessere e libertà. Nulla è mai bianco o nero, ogni scelta può avere effetti positivi ed effetti negativi. La responsabilità non può essere solo della nostra classe politica o dei lavoratori italiani fannulloni, visto che la crisi è globale, né solo delle banche, visto che l’Italia sta peggio di altre nazioni e abbiamo un livello di corruzione da paese del Terzo Mondo. Il problema è sicuramente il sistema economico-finanziario iper-competitivo e deregolato, anche se non dimentichiamo che tale sistema ci ha dato la maggior ricchezza e libertà che la storia ricordi; esiste tuttavia non solo un problema di speculazione finanziaria ma anche di sostenibilità ecologica, di consumo di risorse non rinnovabili, di diseguaglianza e di sperequazione del benessere.
Tendenzialmente si tende a dire che con l’euro i prezzi delle merci si sono raddoppiati. In realtà uno studio di Altroconsumo ha chiarito che dopo un aumento notevole dei prezzi all’introduzione della moneta unica, maggiore al sud, la bassa e costante inflazione garantita dall’euro (2,35% annuo) ha fatto sì che dal 2002 al 2011 i prezzi siano aumentati “solo” del 21%; purtroppo gli stipendi sono aumentati solamente del 14%, comportando quindi una diminuzione del potere d’acquisto del 7%.
Epperò quest’euro e quest’Europa sono nate sbagliate. Tutti si rendono conto che chi ne ha beneficiato è la Germania che ha un’economia più forte e riesce ad esportare molto verso l’Europa dell’est. Noi abbiamo un’economia più fragile, siamo più densamente popolati, e subiamo molto di più la concorrenza est asiatica, e quindi per restare nell’euro dobbiamo diventare più austeri (=avere mero servizi sociali ma continuare a consumare molto) e più competitivi (=più ore di lavoro, stipendi più bassi, maggiore facilità di licenziamento, minori tutele dei lavoratori e ambientali, pensioni più avanti con gli anni). Peccato che come segnalato dall’Ocse l’Italia sia uno dei paesi con lavoro più flessibile al mondo e che più competitività significhi anche più produttività e quindi meno posti di lavoro per unità di prodotto. Che andare in pensione più tardi significa meno posti di lavoro per i giovani e quindi maggior sbilanciamento futuro dell’INPS.
Come Europa abbiamo abdicato alla possibilità di emettere moneta (la cosiddetta sovranità monetaria) come ce l’hanno gli Usa, il Regno Unito ed il Giappone (che in effetti nonostante un debito pubblico e privato molto più grande del nostro, stampano moneta alla bisogna e resistono all’attacco della speculazione finanziaria). Sovranità che è andata in capo alle banche private, le quali ora “posseggono” il debito degli Stati (e quindi gli Stati e i popoli), le aziende, le assicurazioni. L’Italia dovrebbe uscire dall’euro e stampare la propria moneta, in maniera controllata ovviamente, dice Loretta Napoleoni. La BCE attualmente ha emesso euro prestandolo alle banche private all’1%, che lo prestano al 6-7% agli Stati guadagnandoci la differenza. Ultimamente alcune banche si sono rifiutate di prestar soldi agli Stati e alle aziende per paura di insolvenza, venendo meno al loro scopo principale: quello di prestare credito.
Il denaro in sé, dovrebbe essere solo uno strumento di misura del valore prodotto, e non dovrebbe essere un bene da accumulare né una leva finanziaria. Soprattutto da quando non ha più nessun valore intrinseco (assenza della copertura aurea). E’ assurdo infatti dire “mi mancano i soldi” che equivale a dire mi mancano “i metri” per misurare la lunghezza di un terreno. Il denaro infatti oggi è costituito da pezzi di carta con un valore nominale che corrisponde al costo di stampa ed un valore indotto dato dalla dalla fiducia della società ad accettarlo come misura di valore pari al numero stampato sopra; oppure è costituito da codici informatici creati a piacimento dalle banche come denaro scritturale, con una copertura in banconote (riserva frazionaria) che dovrebbe essere almeno dell’8%. Un tempo il denaro aveva un valore intrinseco in quanto le monete contenevano oro o altri materiali preziosi o erano convertibili in oro (pagabile a vista al portatore).
In un articolo molto interessante di Michel Husson si dice che “prima di uscire dall’euro occorrerebbe effettuare la ristrutturazione del debito. Tornare alla moneta nazionale, nel caso di paesi che registrano rilevanti passivi con l’estero li sottoporrebbe direttamente alla speculazione sulla moneta”. E il nostro debito consta per circa il 50% di creditori esteri. Il problema è che la troika (Bce, Fmi, Commissione Europea) lo rinegoziano come vogliono loro (es. la Grecia). L’unico modo è farlo come ha fatto l’Islanda che ha deciso di non pagare se non alle proprie condizioni, congelando il debito, anche a seguito di due referendum popolari.
Husson fa parte di Attac Francia, associazione che si pone tra le altre finalità nobili ma un po’ utopiche il riscrivere un’Europa ed un Trattato Europeo diverso. Cosa assolutamente condivisibile, visto che il Trattato di Lisbona è stato imposto, ma altrettanto difficile. Ancora Husson dice “L’ostacolo immediato è la ripartizione dei redditi, che va modificata alla fonte (tra profitti e salari) e corretta sul piano fiscale. Vanno perciò prese un complesso di misure tendenti a sgonfiare i redditi finanziari e a realizzare una radicale riforma fiscale…”.
D’altronde non si può non essere d’accordo sul porre l’accento su una posizione protezionistica di una scelta unilaterale di uscita dall’euro, foriera di chiusure nazionalistiche, e nel riflettere che queste scelte vanno spesso nel senso di una maggiore competitività e di una maggiore crescita. L’Argentina del dopo crisi è tornata a crescere di 7-8% l’anno, così l’Islanda sembra tornare a crescere, soprattutto con le esportazioni rese più competitive dalla svalutazione della propria moneta. Il dato è proprio qui: continuare a competere per consumare più risorse e generare più sprechi. E questo non può essere né sostenibile né condivisibile. Anche perchè dopo poco l’effetto svalutativo svanisce e si ritorna in competizione con altre economie in un mondo globale, e si rivolge di nuovo la richiesta di competitività all’interno aggredendo di nuovo i lavoratori ed i loro stipendi. A tutto ciò ci deve essere un termine, se non altro fisico.
Interessante Husson quando dice che “Riportare a livello la parte salariale potrebbe seguire una regola dei tre terzi: un terzo per i salari diretti, un terzo per il salario sociale (la protezione sociale) e un terzo per creare posti di lavoro con la riduzione dell’orario di lavoro. Questo avanzamento avverrebbe a detrimento dei dividendi”. L’introduzione del reddito di cittadinanza è una richiesta fondamentale per l’Italia (tra i pochi a non averlo), nonché il famoso motto “lavorare meno per lavorare tutti” sul modello anche dei contratti di solidarietà che si stanno diffondendo.
Ovvio che dobbiamo chiederci quale di queste proposte il MoVimento 5 Stelle abbia la forza di poter portare a casa, essendo all’opposizione dell’opposizione. Fare informazione è sicuramente importante, e prima di tutto bisogna dire che si deve congelare il debito, studiarlo e chiederne la ristrutturazione in modo a noi favorevole.

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