La Giunta Cota dice di riprendere il documento 2010 della Conferenza Stato-Regioni “Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo”, con la previsione di realizzare una rete di neonatologie tale da garantire la presenza di punti nascita che effettuino, a regime, almeno 1000 parti/anno. La possibilità di punti nascita con numerosità inferiore (e comunque non inferiore a 500 parti/anno) viene prevista solo sulla base di motivate valutazioni per aree geografiche particolarmente disagiate con rilevanti difficoltà di attivazione del Servizio di Trasporto Materno Assistito (STAM).
Ma mente: in detto documento come primo punto si dichiara l’obiettivo di “razionalizzazione/riduzione progressiva dei punti nascita con numero di parti inferiore a 1000/anno”, non si parla di obblighi di chiusura. Ed il problema sono i tagli cesarei, non il numero di parti: “in Italia, nel 2008, sono stati effettuati circa 220.000 interventi di taglio cesareo, con un costo umano ed economico non trascurabile: il rischio di morte materna è infatti di 3-5 volte superiore rispetto al parto vaginale e la morbosità puerperale è 10-15 volte superiore; i punti nascita con un numero di parti inferiori a 500, privi di una copertura di guardia medico-ostetrica, anestesiologica e medico-pediatrica attiva h24, rappresentano ancora una quota intorno al 30% del totale e…In tali strutture il numero di parti è esiguo (la media è inferiore ai 300 parti/anno) e… si eseguono più cesarei (50%)…sebbene la variabilità sia ampia;” ciò ha portato “l’Italia ad occupare il primo posto tra i Paesi Europei per tagli cesarei (…) percentuale piu’ elevata pari al 38%, seguita dal Portogallo con il 33% mentre tutti gli altri Paesi presentano percentuali inferiori al 30% che scendono al 15% in Olanda e al 14% in Slovenia. In Italia si è passati dall’11,2% del 1980 al 29,8% del 1996 ed al 38,4% del 2008”.
Nei Programmi Operativi 2013-2015, presentati a Roma, a pagina 157 si dice che “Per attuare le azioni proposte si prevede il raggruppamento dei punti nascita, attualmente di I e II livello, in Unità pediatriche/neonatologiche di I livello all’interno di un ospedale sede di DEA di I livello (Unità che assistono neonati sani e nati con patologie che non richiedano ricovero in TIN). Ma nessun documento ufficiale nazionale chiede questo abbinamento. Serve la presenza di un anestesista h24 che, a Carmagnola, è presente da 16 anni.
Assurdo inoltre pensare di chiudere un punto nascite che è più performante della media regionale per tagli cesarei. Il punto nascite più efficiente da questo punto di vista è stato nel 2012 l’ospedale di Ciriè con il 20% di cesarei, con una media regionale del 30%. L’ospedale di Carmagnola è stato sotto la media con un 28%, mentre ad esempio il Sant’Anna di Torino è stato intorno al 35% e Tortona e Domodossola hanno superato il 40%, ben chiarendo come non ci sia una correlazione lineare tra numeri di parti e cesarei effettuati.
Il punto nascita di Carmagnola è stato, infine, realizzato di recente seguendo criteri umanizzanti, camere doppie con bagno interno, letti in legno e neonato con la culla vicino al letto della mamma. Per questo ho presentato un Ordine del giorno che impegni la Giunta a sospendere l’efficacia della DGR 6-5519 del 14 marzo ed i Programmi Operativi 2013-2015 riguardante i Punti Nascita, rivalutando tutta la rete della ostetricia in base a parametri qualitativi anziché meramente quantitativi, salvaguardando il principio di precauzione e dell’equa assistenza in territori marginali.
Davide Bono Capogruppo MoVimento 5 Stelle Regione Piemonte

