I due procedimenti archiviati si riferiscono a due querele per diffamazione presentate dal consigliere regionale del PD ed ex sindaco di Rivoli, Nino Boeti.
La vicenda risale a qualche mese fa e riguarda due distinti episodi. Il primo relativo ad un video pubblicato sul sito Internet del MoVimento 5 Stelle Piemonte, il secondo ad una dichiarazione da me rilasciata in occasione di una partecipazione televisiva.
In entrambi i casi il Boeti lamentava come diffamatorio l’aver detto “Boeti invita a pranzo” Salvatore De Masi, boss della ‘ndrangheta.
Il provvedimento del Tribunale parla chiaro: non vi sarebbe un’offesa all’onore o alla reputazione di Boeti, ma lecito esercizio del diritto di critica politica.
Come ammesso dallo stesso Boeti, la frequentazione con De Masi era addirittura “trentennale”, pertanto, secondo il Tribunale, non è inverosimile ritenere che in questo lungo periodo di frequentazione limpida e senza sospetti i pranzi possano essersi verificati.
Ma ciò che rileva, nella critica al Boeti, non è la circostanza del pranzo (elemento di per sè neutro) bensì la frequentazione, seppure inconsapevole, di un boss della ‘ndrangheta, noto alle cronache giudiziarie sin dal 1976!
Spiace constatare come gli uomini di partito non siano mai in grado di fare autocritica, di preoccuparsi dei propri errori e di domandarsi come mai i partiti, tanto citati dai più come strumento di esercizio e baluardo della democrazia, non solo non siano in grado di ergere un argine alla contiguità pericolosa tra politica e criminalità organizzata, ma anzi, spesso, ne siano il principale – sebbene inconsapevole – veicolo nella perenne lotta alla conquista del consenso e del potere.

