Si poteva fare di più sulle autorizzazioni ai nuovi centri commerciali
Oggi è stato approvata in aula la delibera di "Revisione degli indirizzi generali e criteri di programmazione urbanistica per l'insediamento del commercio al dettaglio in sede fissa".
Sull'onda del respingimento delle norme iper-liberalizzatrici di Monti, Casoni si è trincerato dietro un provvedimento modesto, poco coraggioso. Sono stati accolti solo due emendamenti, uno che alza da 0 a 30 mesi il tempo necessario a trasformare un'area industriale dismessa in centro commerciale (prima però erano 60) e l'altro che riduce al 15% la superficie dei grandi centri commerciali dedicata ai negozi di vicinato.
Un ulteriore colpo al commercio di vicinato, già tartassato dalla crisi economica e dall'IMU. Balza agli occhi la cancellazione del limite massimo di superficie autorizzabile per localizzazioni commerciali di medie e grandi dimensioni non addensate (i cosiddetti L2), rimandando a fantomatici accordi politici tra Comuni, Province e Regione. Raddoppiate invece le superfici per gli L1 con limiti a Torino fino a 70.000 mq. Difesa d'ufficio: tanto mancano i soldi per nuovi centri!
Anche sul non utilizzo di nuovo suolo agricolo, sottolineiamo che la dicitura "prevalentemente privilegiando le parti del territorio occupate da aree ed edifici dismessi" è un auspicio, più che una norma. Se vogliamo davvero riutilizzare l'esistente bisogna dirlo, se no facciamo solo chiacchiere.
Francamente, si doveva fare di più. La grande distribuzione straniera impoverisce il territorio, drenando risorse e generando posti di lavoro precari. Bisogna difendere e mettere in rete i piccoli produttori e rivenditori, magari con l'utilizzo di buoni sconto e voucher gestiti dalla Regione Piemonte attivi su tutta la filiera locale. Occasione persa.
Davide Bono
Capogruppo in Consiglio regionale MoVimento 5 Stelle
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