• martedì , 14 Luglio 2020
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Aziende sostenibili: la strada dei ricoperti

Davide Bono alla Vergom

Di Davide Bono
L’attività di Consigliere regionale oggigiorno è un triste prendere atto di aziende che falliscono e chiudono, chiudono e traslocano all’estero, licenziano e riducono la produzione. Siamo in una crisi di sovrapproduzione, di competizione con paesi in cui il costo del lavoro (sicurezza e norme antinquinamento) e dei lavoratori (diritti e paghe) è insostenibilmente  più basso, e di mancanza di liquidità (vista la creazione della spirale del debito da parte delle Banche e dei governi conniventi e incapaci).


Per questo ho deciso di lanciare una rubrica con tutte quelle aziende piemontesi che fanno innovazione o produzione sostenibile riducendo l’impatto diseconomico, sociale, ambientale sul pianeta. Fatemi le vostre segnalazioni di qualunque filiera (alimentare, vestiario, comunicazione, trasporti, design…) per costruire una rete di “aziende sostenibili”.
Negli scorsi mesi ho presentato:
– il progetto di centraline che rendono utilizzabile dai motori a ciclo diesel anche il gpl o il metano, più economici e meno impattanti, ancora in attesa dell’omologazione italiana;
– il primo negozio di prodotti sfusi ad Asti, con cui è iniziata una collaborazione su un progetto.
Oggi vi parlo di una realtà misconosciuta e bistrattata, quella dei costruttori di pneumatici ricostruiti.
Attualmente la mobilità privata rimane una delle principali fonti di inquinamento con una responsabilità di almeno il 20%. Rimane quindi importante una trasformazione continua delle alimentazioni da benzina a gas, e in un futuro sempre più prossimo dei motori da combustione interna ad elettrico che ridurrebbe notevolmente il consumo di energia primaria (con un rendimento dalla fonte alla ruota più che doppio*) ed eliminerebbe il consumo di pastiglie dei freni, olio motore e filtri vari, ma rimarrebbe – oltre al problema del recupero delle batterie esauste – il consumo dei pneumatici.
Oggi si stima che solo in Italia si generino ogni anno circa 380 mila tonnellate di pneumatici fuori uso (PFU), di cui più di un quarto sfugge ad ogni controllo e finisce in discariche abusive o disperso nell’ambiente. Della restante parte, una quota è purtroppo avviata ad incenerimento con le conseguenze nefaste che conosciamo, un’altra viene triturata a polverino e granulato di gomma usati per produrre asfalti modificati, barriere insonorizzanti ed anti-erosione, fondazioni stradali, superfici per impianti sportivi, tappetini, pannelli isolanti, delimitatori del traffico e membrane impermeabilizzanti.
Il comma 14) dell’articolo 52 della legge 448/2001, ha introdotto «Per finalità di tutela ambientale correlate al potenziamento del settore della ricostruzione dei pneumatici usati chele amministrazioni dello Stato, delle regioni, degli enti locali e i gestori di servizi pubblici e dei servizi di pubblica utilità, pubblici e privati, nell’acquisto dei pneumatici di ricambio per le loro flotte di autovetture e di autoveicoli commerciali e industriali, riservano una quota dell’acquisto di pneumatici ricostruiti pari ad almeno il 20% del totale». Una risoluzione della Commissione Ambiente del 2009, approvata all’unanimità nel 2009, impegnava il Governo a far rispettare l’obbligo di legge, aumentando al 50% la quota di utilizzo di pneumatici ricostruiti.
Dal 7 settembre 2011 è stato introdotto un ecoincentivo a spese dell’acquirente che impone a produttori ed importatori la consegna a consorzi di smaltimento (in Piemonte il Consorzio di Bra) di una quantità di PFU pari a quelli immessi, gettando nel panico la filiera del ricostruito che sottrae pneumatici usati, esclusi quelli con difetti o scarsa qualità della carcassa, per ricoprirli di nuovo battistrada. Abbiamo interpellato l’Associazione Italiana Pneumatici Ricostruiti (AIRP) e anche loro sono in attesa degli eventi: sembra però che ci sia già stato un drastico calo della reperibilità di pneumatici usati ricostruibili.
Io ho personalmente visitato un’azienda piemontese, eccellenza artigiana del settore, la Vergom di Trino Vercellese, che con 10 artigiani ricostruisce pneumatici per utilizzo stradale dal 1965. Sia per camion (i quali già oggi usano circa il 50% di pneumatici ricostruiti) che per auto anche di modello sportivo (gomme omologate per categorie oltre i 260 km/h).  Dopo aver apprezzato la bontà dei processi produttivi ho voluto provare un set di gomme ricostruite: -50% di impatto sull’ambiente, -50% per le mie tasche. Al di là dell’aspetto economico, potrebbero avanzarsi dubbi sulla sicurezza: dal 2006 i ricostruiti devono essere certificati ECE ONU 108, cioè sottostanno alle stesse prove di resistenza, affidabilità e durata previste per gli pneumatici nuovi. Inoltre oltre il 90% degli pneumatici degli aerei è ricoperto (e hanno altre sollecitazioni) e i pezzi di pneumatico da camion che capita di trovare ai bordi delle nostre autostrade provengono da gomme esplose e non da distacchi di battistrada (prova ne è che spesso questi pezzi hanno la tela metallica in vista e che questa fa parte della carcassa della gomma e non del battistrada).
Ovviamente è presto per fare bilanci, però mi viene da pensare ad un Governo schizofrenico: da un lato obbliga all’utilizzo di ricostruiti (tra l’altro chi controlla il rispetto delle quote?) e dall’altra uccide l’approvvigionamento della materia prima seconda. Per questo ho presentato un’interrogazione in Regione sui relativi controlli e nel frattempo seguirò gli sviluppi della vicenda.
*Tesi del Dott. Roberto Agnolin, Università degli studi di Padova

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